Stretto di Hormuz: i flussi ripartono, ma la logistica resta sotto pressione

Dopo settimane al centro dell’attenzione internazionale, lo Stretto di Hormuz sembra essere uscito dalle prime pagine. Per la logistica internazionale, però, la situazione resta tutt’altro che normalizzata: i flussi petroliferi sono in forte recupero, mentre sicurezza, noli, capacità di trasporto e affidabilità dei transiti continuano a rappresentare elementi di attenzione.

In numeri:

19,2 milioni di barili al giorno: flussi di greggio, condensati e prodotti petroliferi dai Paesi del Golfo, escluso l’Iran, a settembre.

14,2 milioni di barili al giorno: greggio transitato attraverso Hormuz nella media mobile al 26 settembre.

81%: livello dei flussi petroliferi del Golfo a settembre rispetto ai livelli precedenti alla crisi.

Circa 40%: quota del greggio esportato dal Golfo che a settembre ha evitato Hormuz.

Il petrolio torna a muoversi

Secondo Vortexa, a settembre le esportazioni di greggio, condensati e prodotti petroliferi dai Paesi del Golfo, escluso l’Iran, hanno raggiunto 19,2 milioni di barili al giorno, circa l’81% dei livelli precedenti alla crisi. Per greggio e condensati il recupero è arrivato al 91%. Anche Kpler rileva, nella parte finale di settembre, volumi vicini e in alcuni giorni superiori a quelli precedenti alla crisi.

Il sistema logistico non è quindi rimasto paralizzato. Produttori, compagnie di navigazione, terminal e operatori della supply chain hanno individuato modalità alternative per mantenere in movimento una parte significativa dei volumi.

Il recupero, tuttavia, non significa ritorno alla normalità.

Secondo Kpler, il greggio transitato attraverso Hormuz ha raggiunto 14,2 milioni di barili al giorno, circa l’80% dei livelli precedenti alla crisi. A settembre, inoltre, circa il 40% del greggio esportato dal Golfo mediorientale ha evitato Hormuz, contro il 17% prima della crisi.

Il dato mostra come gli operatori abbiano reagito non soltanto attendendo la riapertura della rotta principale, ma ridisegnando temporaneamente i percorsi della supply chain.

Rotte alternative e costi crescenti

Pipeline alternative, porti sul Mar Rosso e sul Golfo di Oman e operazioni ship-to-ship hanno consentito di mantenere in movimento una parte dei volumi.

Queste soluzioni aumentano però la complessità: richiedono coordinamento, disponibilità di navi, finestre operative, controlli e risorse portuali, con costi e rischi aggiuntivi.

La crisi di Hormuz evidenzia così un principio fondamentale: la disponibilità della merce non coincide necessariamente con la disponibilità di una catena logistica efficiente per trasportarla.

Anche il trasporto marittimo ha subito forti pressioni. I noli spot per le grandi petroliere sulla rotta Medio Oriente-Asia hanno raggiunto in alcuni casi circa 1,2 milioni di dollari al giorno.

Quando una rotta diventa più rischiosa, il costo logistico dipende non soltanto dalla distanza, ma anche da capacità di trasporto, assicurazioni, tempi di attesa, deviazioni, trasbordi, disponibilità dei terminal e rischio di ritardi.

Sicurezza e prevedibilità

La sicurezza resta il principale elemento che impedisce di parlare di piena normalizzazione. L’UK Maritime Trade Operations continua a diffondere avvisi relativi a incidenti e situazioni di rischio nell’area dello Stretto; anche nei primi giorni di ottobre sono stati segnalati episodi che hanno coinvolto navi commerciali, comprese petroliere.

Per gli operatori, quindi, la possibilità di transitare non significa necessariamente che la rotta sia tornata pienamente prevedibile.

E la prevedibilità è essenziale per una supply chain: servono continuità del servizio, capacità disponibile, tempi di transito stabili e possibilità di programmare le consegne.

Cosa monitorare

Nelle prossime settimane sarà importante osservare:

i volumi attraverso Hormuz, per verificare se il recupero dei transiti sarà stabile;

le rotte alternative, per capire se la diversificazione dei flussi diventerà strutturale;

noli e assicurazioni, indicatori del ritorno a condizioni operative più normali;

sicurezza e prevedibilità, attraverso incidenti e avvisi alla navigazione;

tempi e capacità operative di navi, porti e terminal.

Una rotta operativa, ma non ancora normale

La situazione di Hormuz mostra quindi una realtà più complessa di quanto suggerisca la riduzione dell’attenzione mediatica.

I flussi petroliferi stanno recuperando rapidamente, ma la logistica resta più costosa, complessa e vulnerabile rispetto al periodo precedente alla crisi.

Per la supply chain internazionale, la lezione è chiara: la resilienza non dipende soltanto dalla disponibilità delle merci, ma dalla possibilità di spostarle attraverso percorsi affidabili, con tempi prevedibili e costi sostenibili.

Il vero ritorno alla normalità non sarà quindi soltanto il ritorno dei barili attraverso Hormuz, ma il ripristino di sicurezza, affidabilità e prevedibilità dell’intero sistema di trasporto.

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