Autisti dei Balcani, il limite dei 90 giorni mette alla prova il trasporto internazionale europeo

Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord chiedono all’Unione europea una soluzione per gli autisti professionali che lavorano sulle rotte internazionali. Il confronto con Bruxelles del 1° settembre potrebbe essere decisivo. In gioco non c’è soltanto la mobilità dei camionisti, ma la continuità dei collegamenti merci tra i Balcani e l’Europa.

Per ora i camion continuano a circolare e le frontiere restano aperte. Ma la questione che nelle ultime settimane ha riportato sotto i riflettori gli autotrasportatori dei Balcani occidentali non è affatto risolta.

Il tema è quello del limite di 90 giorni nell’arco di 180 previsto dalle regole Schengen per i cittadini di Paesi terzi che beneficiano dell’esenzione dal visto per soggiorni brevi.

Una regola pensata per disciplinare la permanenza temporanea nello spazio Schengen che, nel caso degli autisti internazionali, può entrare in conflitto con la natura stessa del loro lavoro.

Un camionista serbo, bosniaco, montenegrino o macedone che effettua con continuità trasporti internazionali può infatti trascorrere una parte significativa della propria attività professionale all’interno dell’Unione europea. Il problema nasce quando il tempo trascorso sulle strade europee raggiunge il limite previsto dalla normativa.

Quando il limite di soggiorno diventa un limite al lavoro

Il paradosso è semplice da comprendere.

Un’impresa può essere autorizzata a effettuare un trasporto internazionale. Il camion può essere in regola, la merce può essere destinata a un cliente europeo e il viaggio può rispettare tutte le disposizioni previste per il trasporto.

Ma l’autista che conduce quel mezzo rimane comunque soggetto alle regole applicabili ai cittadini di Paesi terzi.

Di conseguenza, una persona che entra ed esce frequentemente dallo spazio Schengen per motivi professionali può arrivare a esaurire i 90 giorni disponibili, pur non avendo alcuna intenzione di stabilirsi nell’Unione europea.

È proprio questa la contraddizione sulla quale insistono le associazioni degli autotrasportatori dei Balcani occidentali: il trasporto può essere autorizzato, ma la disponibilità dell’autista a svolgerlo rischia di essere limitata dalle regole sul soggiorno.

L’EES rende il conteggio più preciso

La questione ha assunto una dimensione ancora più concreta con l’introduzione dell’Entry/Exit System (EES).

Il sistema europeo registra elettronicamente gli ingressi e le uscite dei cittadini di Paesi terzi che attraversano le frontiere esterne dello spazio Schengen, sostituendo progressivamente il tradizionale sistema basato sui timbri sul passaporto.

L’EES non ha introdotto il limite dei 90 giorni e non modifica le regole sul soggiorno breve. La sua importanza, per gli autisti internazionali, sta soprattutto nel fatto che gli attraversamenti vengono registrati in modo digitale e il rispetto della permanenza può essere verificato in maniera automatizzata. (travel-europe.europa.eu)

Per chi svolge un’attività professionale caratterizzata da continui attraversamenti delle frontiere, il margine di incertezza legato al conteggio dei giorni diventa quindi molto più ridotto.

Bruxelles riconosce la specificità degli autisti internazionali

Il tema non è rimasto confinato alle associazioni di categoria.

Nel 2026 il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di chiarire quali soluzioni possano essere adottate per gli autisti dei Balcani occidentali interessati dalle nuove modalità di controllo delle frontiere.

In una specifica interrogazione sono state sollevate anche ipotesi come visti di lunga durata o un regime specifico per i conducenti professionali, proprio per evitare che il limite previsto per i normali soggiorni brevi finisca per ostacolare il trasporto internazionale. (europarl.europa.eu)

Ma il passaggio forse più significativo arriva dalla stessa Commissione europea.

Nella strategia sulla politica dei visti pubblicata nel gennaio 2026, Bruxelles riconosce che alcune categorie di cittadini di Paesi terzi possono avere esigenze di mobilità particolari. Tra queste vengono citati anche gli autisti di camion che lavorano per imprese dell’Unione europea e che possono avere necessità di soggiornare nello spazio Schengen per più di 90 giorni nell’arco di 180, senza però avere l’intenzione di stabilirvisi.

La Commissione ha quindi indicato la necessità di valutare soluzioni per quelli che vengono definiti, in sostanza, soggiorni brevi di durata più estesa per determinate categorie professionali. (home-affairs.ec.europa.eu)

È un riconoscimento importante: il problema degli autisti internazionali non è soltanto una rivendicazione sindacale o di categoria, ma una questione che l’Unione europea ha già individuato nell’ambito della propria politica sulla mobilità.

La protesta è stata rinviata, non archiviata

È in questo quadro che va interpretata la decisione degli autotrasportatori di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord di rinviare nuovi blocchi ai valichi verso l’Unione europea.

Dopo il confronto dell’11 agosto a Skopje, le associazioni hanno scelto di attendere l’incontro con la Commissione europea previsto per il 1° settembre a Bruxelles.

Per il momento, quindi, la mobilitazione resta sospesa.

Ma il rinvio non equivale necessariamente alla soluzione della vertenza.

La questione centrale rimane la richiesta di individuare una disciplina che tenga conto della particolare natura del lavoro degli autisti internazionali: professionisti che attraversano le frontiere per trasportare merci, senza che questo comporti un progetto di stabilimento nell’Unione europea.

Quale potrebbe essere la soluzione?

Il punto non è necessariamente cancellare il limite dei 90 giorni.

La vera questione è capire se sia possibile introdurre un regime specifico per la mobilità professionale degli autisti internazionali, distinguendo il loro soggiorno legato all’attività lavorativa da quello di un normale visitatore.

Le possibili soluzioni potrebbero comprendere strumenti di facilitazione, autorizzazioni specifiche o forme di visto che consentano una permanenza più lunga a determinate categorie professionali, mantenendo comunque i controlli necessari alle frontiere.

È un equilibrio complesso.

Da una parte ci sono le esigenze di sicurezza, controllo e uniformità delle regole Schengen. Dall’altra c’è la necessità di garantire la mobilità di lavoratori indispensabili al funzionamento delle catene logistiche europee.

Perché la questione riguarda anche l’autotrasporto italiano

Per le imprese italiane di trasporto e logistica, il problema non è lontano né esclusivamente balcanico.

I Paesi dei Balcani occidentali sono infatti profondamente integrati nelle reti di trasporto che collegano l’Europa centrale, l’Adriatico e il Sud-Est europeo.

Un’eventuale riduzione della disponibilità di autisti autorizzati a operare sulle rotte europee potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre le aziende direttamente interessate.

Potrebbero essere coinvolti i collegamenti con i porti dell’Adriatico, i terminal intermodali, le imprese manifatturiere, gli operatori logistici e tutti quei traffici che utilizzano quotidianamente i corridoi terrestri tra Italia, Europa centrale e Balcani.

In altre parole, una questione apparentemente amministrativa può trasformarsi rapidamente in una questione di capacità di trasporto.

Ed è questo l’aspetto che rende la vicenda particolarmente importante per l’intero settore.

Il 1° settembre sarà un passaggio chiave

Il confronto previsto a Bruxelles rappresenta quindi un appuntamento importante.

Se le istituzioni europee riusciranno a individuare una soluzione praticabile per gli autisti professionali, la tensione potrebbe rientrare e la questione potrebbe avviarsi verso una soluzione strutturale.

In caso contrario, il rischio è che la protesta torni a manifestarsi alle frontiere, con possibili ripercussioni sui tempi di attraversamento e sulla regolarità dei flussi di merci.

Per il trasporto internazionale europeo la domanda, in fondo, è molto concreta:

come conciliare le regole sul soggiorno dei cittadini di Paesi terzi con un’attività professionale che, per sua natura, richiede di attraversare continuamente le frontiere?

La risposta interessa direttamente gli autisti dei Balcani occidentali, ma anche le imprese di trasporto, la logistica e le filiere produttive che dipendono dalla continuità dei collegamenti terrestri europei.

Il 1° settembre potrebbe rappresentare un primo passo verso quella risposta.

Questo elemento è stato inserito in News. Aggiungilo ai segnalibri.